La stragrande maggioranza dei danni ostetrici avviene per sofferenza ipossica in travaglio.
La lesione può essere:
 diretta (morte, per carenza di ossigeno, di una percentuale rilevante delle cellule cerebrali del feto),
 indiretta (emorragia cerebrale causata da alterazioni della circolazione per mancanza di ossigeno).


In entrambi i casi la soluzione del problema è difficile perché dipende essenzialmente dalla completezza degli esami che l’ospedale svolge: in particolare
 il monitoraggio cardiotocografico continuo durante il travaglio
 e l’emogasanalisi, cioè la misura dell’acidità del sangue sul cordone ombelicale alla nascita del feto.
Il monitoraggio in travaglio
 non sempre è eseguito,
 non sempre viene allegato in cartella,
 spesso non è continuo.
L’emogasanalisi non viene quasi mai eseguita dagli ostetrici in sala parto perché l’eventuale acidosi riscontrata li inchioderebbe alla responsabilità per sofferenza fetale.
Talvolta, se il bambino viene subito inviato alla neonatologia, l’emogasanalisi viene eseguita dai pediatri a scanso di proprie responsabilità per fotografare lo stato di sofferenza del bambino (“noi lo riceviamo così come voi ce l’avete mandato”).
La mancanza di questi esami fino ad oggi consentiva alla difesa degli ospedali di sostenere tante bugie, sostanzialmente negare che la sofferenza ci sia stata e negare soprattutto che i danni cerebrali riscontrabili nei bambini con la crescita siano riconducibili al parto.
Il caso esaminato dalla sentenza n. 12668/11 della Corte di Cassazione è tipico: non era stato fatto un monitoraggio continuo, non era stata fatta ovviamente l’emogasanalisi e quindi l’ospedale aveva dimesso la bambina con la madre come se fosse stata sempre bene.
La bambina crebbe poi microcefala e con una gravissima lesione cerebrale.
Le perizie medico legali svolte dinanzi al Tribunale di Venezia, confermate dalla Corte d’Appello di Venezia, affermavano che non era possibile stabilire la causa del danno cerebrale alla bambina.
La Corte di Cassazione ha fatto piazza pulita di tutte queste bugie affermando i seguenti principi:
1. non è la puerpera che deve dimostrare che vi è stata sofferenza fetale in travaglio, ma è l’ospedale che deve dimostrare che non vi è stata (presunzione semplice di sofferenza in travaglio);
2. per evitare tale presunzione l’ospedale deve fare congiuntamente i due esami anzidetti (monitoraggio cardiotocografico continuo senza traccia di sofferenza e emogasanalisi alla nascita);
3. se non fa questi due esami la sofferenza da mancanza di ossigeno per quanto improbabile si considera presunta, cioè dimostrata senza bisogno di ulteriori riscontri.
4. quanto all’esistenza di eventuali altre malattie, precedenti o successive al parto, o situazioni congenite che giustifichino il danno cerebrale, non è ammissibile, per escludere la responsabilità dell’ospedale, un ragionamento probabilistico: l’ospedale deve dar la prova certa che la causa del danno cerebrale è stato un altro o che il danno cerebrale si sarebbe comunque verificato nonostante il suo inadempimento.
La sentenza fa quindi piazza pulita di tutte le bugie sistematicamente sostenute dai consulenti d’ufficio dei Tribunali, medici legali che normalmente lavorano per compagnie di assicurazione, che contestano che sia certa la riconducibilità al travaglio (e quindi alla mancata accelerazione del parto o espletamento di taglio cesareo) dei danni cerebrali dei neonati.
La vittoria è giunta ad Alessandra purtroppo quando ha già compiuto 20 anni, ma la decisione è di grandissima portata e gioverà a tutti coloro che abbiano la disgrazia di trovarsi in condizioni analoghe.

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