Infarto è il termine tecnico usato per indicare necrosi (nécrosi alla greca, necròsi alla latina) di un tessuto in conseguenza ad una brusca interruzione del flusso sanguigno arterioso dovuto a occlusione o rottura dell’arteria.

La necrosi è di fatto la morte del tessuto cellulare dell’organo interessato dall’infarto o di una parte di esso. Si parla di infarto cardiaco o miocardico, splenico, polmonare ecc. a seconda dell’arteria interessata. Quello che si verifica più di frequente è l’infarto del miocardio

Cos’è?

Si usa il termine di infarto miocardico acuto (IMA) quando parte del tessuto cardiaco muore a causa della mancanza di ossigeno determinata dall’occlusione improvvisa di uno o più rami delle arterie coronarie (generalmente compromesse dalla malattia arteriosclerotica) a causa di un trombo o uno spasmo con blocco del flusso sanguigno in quel distretto cardiaco.

L’infarto miocardico è una malattia che colpisce più di duecentomila italiani all’anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte. Se l’infarto colpisce solo una zona limitata del muscolo cardiaco, le conseguenze non sono gravi. Se la lesione del muscolo cardiaco è molto estesa, può provocare la morte o un’invalidità (di grado variabile).

Oggi si riunisce l’infarto acuto del miocardio (sia non-Q che Q) e l’angina instabile sotto la definizione di”Sindromi coronariche acute”

sulla base del comune meccanismo fisiopatologico, costituito dalla improvvisa riduzione/cessazione primaria del flusso dovuto alla rottura o fissurazione di una placca aterosclerotica all’interno del vaso coronarico

con successiva trombosi subocclusiva o occlusiva.

I pazienti con dolore toracico di tipo ischemico possono presentare o non all’ECG un sopraslivellamento del tratto ST. La maggior parte dei pazienti con sopraslivellamento del tratto ST svilupperà un infarto di tipo Q e solo una piccola parte un infarto non Q. La maggior parte dei pazienti senza sopraslivellamento del tratto ST, invece, svilupperà o angina instabile o IMA non Q, la cui diagnosi differenziale è resa possibile dal dosaggio sierico dei markers di necrosi miocardica e solo una piccola parte svilupperà, invece, un IMA Q

 

Quali sono i sintomi?

Il dolore è il sintomo con cui l’infarto si manifesta più frequentemente al suo esordio; è presente nell’85% dei casi e ha le caratteristiche tipiche del dolore anginoso (più o meno improvviso, intenso, oppressivo e prolungato localizzato al centro del torace e/o nella regione sopraombelicale che spesso si irradia al braccio sinistro, meno frequentemente a collo e mandibola), ma più intenso e prolungato, spesso accompagnato da irrequietezza (talora angosciosa) sudorazione, astenia, nausea, più raramente vomito e dispnea. La durata del dolore di solito e superiore a 20-30 minuti

Può essere complicato da aritmie (polso lieve e rapido), tosse insistente con secrezione rosea, stanchezza e sensazione d’ansia inspiegabile.

In genere, la pressione cala progressivamente sino a raggiungere il minimo nel corso della prima settimana: a volte, la brusca ipotensione può portare allo shock cardiogeno. La pressione della vena giugulare può essere normale o leggermente elevata; si possono avere alterazioni dei rumori cardiaci e crepitii polmonari.

Spesso a questo quadro clinico si accompagna la febbre nelle prime 24 ore. Altri fenomeni (leucocitosi, incremento della VES) sono dovuti alla necrosi del miocardio.

Nei casi più gravi la morte è improvvisa e si verifica entro breve tempo dall’insorgenza dei sintomi. La morbilità e mortalità dell’infarto sono ascrivibili alle aritmie ed alla perdita di funzione di pompa che ne derivano.

Nel 30% dei casi, specie nei soggetti di una certa età, ed in quelli con diabete mellito, l’infarto si manifesta con sintomi diversi da quelli classici:  1) il dolore può mancare del tutto od essere sostituito da una vaga sensazione di peso o di fastidio od essere localizzato alla bocca dello stomaco, inducendo a pensare a sintomi di indigestione; 2) ci può essere solo debolezza generale o facile stancabilità con affanno di respiro; 3) i sintomi infine possono essere così lievi da passare inosservati, per cui il paziente impara di aver avuto un infarto solo in un secondo tempo, dopo esecuzione di un elettrocardiogramma.

Quando si verifica?

L’infarto è in genere la conseguenza drammatica di una malattia (aterosclerosi) che è iniziata molti anni prima e che ha già dato dei segnali in precedenza (per es. angina pectoris da sforzo). Ma può anche succedere che l’evento acuto sia il primo segnale della malattia ‘silente’ fino al momento in cui cause scatenanti fanno bruscamente  precipitare la situazione mantenuta in equilibrio fino allora. La rottura di una placca ateromatosa porta al deposito di un trombo intracoronarico, che a sua volta induce un’occlusione della coronaria in questione. Talora, anche un grave spasmo dell’arteria coronarica può provocare un infarto.

 

Le occasioni in cui si può manifestare l’infarto del miocardio sono varie. Talora il dolore si verifica durante un intenso sforzo fisico compiuto da un soggetto non allenato: la partita di calcio “scapoli-ammogliati” effettuata magari dopo un anno di lavoro a tavolino e magari sotto il solleone e dopo abbondanti libagioni, è responsabile di molte precoci vedovanze.

A volte, in associazione ad uno stress psicologico intenso e prolungato, come conflitti o litigi nell’ambito familiare o lavorativo; talora si tratta di forti ed improvvise emozioni a contenuto sgradevole, come aggressioni, rapine, coinvolgimento in incidenti stradali ed in disastri come terremoti, alluvioni, incendi, etc.

In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi non si riesce ad individuare il meccanismo scatenante dell’evento infartuale, e va anzi ricordato che studi ormai numerosi di cronobiologia hanno dimostrato in maniera inconfutabile che il maggior numero di infarti si verifica nelle primissime ore del mattino quando il paziente è in completo riposo. Gli infarti fatali avrebbero, inoltre, una stagionalità tra dicembre e gennaio.

Questa condizione morbosa, contro la quale la scienza medica lotta ogni giorno di, più, rappresenta oggi la più frequente fra le cause di morte ed è in costante aumento.

In Italia ogni anno circa 130.000 persone sono colpite da IMA. Di queste ne muoiono all’incirca 33.000 e circa 18.300 muoiono prima di raggiungere l’ospedale. La maggioranza di queste morti è aritmica e secondaria a fibrillazione ventricolare. Per il gruppo di pazienti che raggiunge l’ospedale in vita, è ormai accertato che la terapia trombolitica è in grado di determinare un miglioramento della funzione sistolica del ventricolo sinistro (VS) e una riduzione della mortalità a 35 giorni del 21% negli IMA Q transmurali che corrisponde ad un salvataggio di 21 vite per 1000 pazienti trattati.

Nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, l’infarto acuto del miocardio rimane la principale causa di morte della popolazione adulta dei paesi occidentali con circa il 30% di decessi, la metà dei quali prima dell’ ospedalizzazione. Tra i pazienti ospedalizzati per infarto, la mortalità è del 7-15% durante l’ospedalizzazione e di un altro 7-15% nell’anno successivo.

Epidemiologia

La Cardiopatia Ischemica (C.I.) rappresenta una delle principali cause di mortalità sia nei Paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo. Si calcola che nel solo 1990 i decessi per cardiopatia ischemica siano stati 6,3 milioni (2,7 milioni nei Paesi con economia di mercato consolidata e Paesi ex-socialisti, 3,6 milioni nei Paesi in via di sviluppo).

Per quanto concerne l’infarto miocardico acuto, i tassi di incidenza più elevati si registrano attualmente nei Paesi ex-socialisti (419/100.000), seguiti dai Paesi con economia di mercato consolidata (278/100.000). Di gran lunga inferiore è, invece, l’incidenza nelle altre aree del globo, compresa tra 60/100.000 (Africa sub-sahariana) e 186/100.000 (India).

L’incidenza di infarto miocardico acuto aumenta esponenzialmente con l’età. Nei Paesi con economia di mercato consolidata, ad esempio, i maschi fanno registrare un’incidenza di 33/100.000 nella fascia di età 15-44, di  427/100.000 tra i 45 ed i 59 anni e di 1.415/100.000 oltre i 59 anni. Ancor più marcato l’incremento tra le donne, dove si osserva un’incidenza pari a 10/100.000 tra i 15 ed i 44 anni, che sale a 115/100.000 tra i 45 ed i 59 anni, ed a 1.089/100.000 oltre i 59 anni.

Al di sotto dei 60 anni di età l’incidenza di infarto miocardico acuto è da 2 a 4 volte più elevata negli uomini rispetto alle donne, mentre sopra i 60 anni tale rapporto scende a valori di poco superiori all’unità.

 

Qual è la differenza tra infarto ed ischemia?

S’intende per ischemia lo stato di sofferenza del muscolo cardiaco non sufficientemente irrorato. C’è una differenza fondamentale tra infarto ed ischemia.

L’infarto è un’interruzione totale del flusso deL sangue al cuore, i cui sintomi durano più di 15 minuti, non scompaiono con il riposo o con i farmaci (con la nitroglicerina sono solo alleviati) ed una parte del muscolo cardiaco incomincia a morire. È, quindi, una condizione stabile ed irreversibile. L’ischemia è transitoria e reversibile; consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue ossigenato al cuore; i sintomi durano pochi minuti e si possono alleviare con il riposo o con i farmaci.

Ciò che determina il punto di passaggio fra ischemia ed infarto è la durata dell’assenza di flusso; infatti, il muscolo cardiaco riesce a tollerare l’assenza di irrorazione per un tempo limitato (meno di 30 minuti), al di là del quale comincia ad andare in necrosi, a morire. Per cui il dolore dell’infarto si differenzia da quello dell’angina per il fatto che dura in genere più di trenta minuti, non si aggrava con l’esercizio e non è alleviato dal riposo o dal ricorso al trinitrato di glicerina (vasodilatatore). Il dolore può accrescersi d’intensità per minuti od ore e poi restare costante sino a recedere; è raro che l’evento sia del tutto indolore.

Nella maggioranza dei casi, l’ischemia si determina quando, a fronte di una maggiore richiesta di ossigeno e materiali nutritivi, e quindi di un aumento di flusso, determinata da un’attività fisica più o meno intensa, questa richiesta non può essere soddisfatta a causa dei restringimenti (stenosi) prodotti all’interno delle arterie coronarie dalla malattia aterosclerotica. Si crea così una discrepanza transitoria fra necessità di apporto e possibilità di adeguamento dei flussi; questa è la condizione detta “angina da sforzo”.

 

Quali sono le cause?

L’aterosclerosi è la causa principale dell’IMA, che rappresenta una delle maggiori cause di morte nel mondo occidentale. In condizioni normali le coronarie sarebbero dei tubi puliti ma il concorso di vari fattori (di rischio) predispongono alla formazione di lesioni aterosclerotiche nelle coronarie, in particolare:

  • età,
  • precedenti familiari di infarti (le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei familiari, per cui si finisce con l’ereditare la predisposizione ad ammalare);
  • dismetabolismo lipidico (sotto accusa gli elevati livelli di colesterolo – frazione LDL – e di trigliceridi);
  • ipertensione;
  • diabete;
  • fumo;
  • stress (soprattutto se prodotto di una vita frenetica con atteggiamenti protratti di impazienza, eccessiva competitività, ostilità verso l’ambiente sociale, lavorativo e familiare);
  • eccesso di peso corporeo e sedentarietà (connessa con l’obesità in quanto una riduzione del dispendio calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un accumulo di grasso ed aumento di peso);
  • sesso (le donne, soprattutto in età feconda, sono relativamente protette dalla aterosclerosi coronarica rispetto agli uomini, non più dopo la menopausa).

In sintesi si può dire che l’infarto miocardico è, nel 98 per cento dei casi, conseguenza dell’aterosclerosi coronarica; altre cause eccezionali possono essere embolie, anomalie congenite, ecc. E più frequente nell’uomo che nella donna, almeno sino ai 40 anni, ed è strettamente legato a condizioni di surmenage psicofisico, abuso di tabacco, ipercolesterolemia, obesità, vita sedentaria. A questi elementi, che possono essere considerati predisponenti, vanno aggiunte alcune situazioni che talora possono risultare scatenanti quali sforzi, emozioni, interventi chirurgici e gravi emorragie.

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